Ada Negri: Biogrfia, poesie e ultima sua opera

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La Biografia di Ada Negri

Ada Negri nacque a Lodi il 3 febbraio del 1870. Le sue origini erano umili: suo padre Giuseppe era vetturino e sua madre, Vittoria Cornalba, tessitrice; passò l’infanzia nella portineria del palazzo dove la nonna, Peppina Panni, lavorava come custode presso la nobile famiglia Barni, legata un tempo alla celebre mezzosoprano Giuditta Grisi, fino alla morte della quale era stata governante Peppina: sul rapporto tra Grisi e la sua famiglia, Ada costruirà il mito della propria infanzia. In portineria Ada passava molto tempo sola, osservando il passaggio delle persone, come descritto nel romanzo autobiografico Stella Mattutina (1921).

Ad appena un anno dalla nascita era rimasta orfana del padre, avvinazzato e avvezzo al canto, considerato, dunque, un peso dalla madre Vittoria: fu grazie ai sacrifici di questa, la quale cercò un guadagno sicuro in fabbrica, che Ada poté frequentare la Scuola Normale femminile di Lodi, ottenendo il diploma di insegnante elementare.

Il suo primo impiego fu al Collegio Femminile di Codogno, nel 1887. La vera esperienza d’insegnamento che segnò la sua vita e la produzione artistica, però, fu intrapresa a partire dal 1888, nella scuola elementare di Motta Visconti, paesotto in provincia di Milano nel quale Ada passò il periodo più felice della sua vita; al mestiere di maestra è legata e contemporanea l’attività di poetessa: fu in questo periodo iniziò a pubblicare i suoi scritti su un giornale lombardo, il Fanfulla di Lodi.
In questo periodo compose le poesie poi pubblicate nel 1892 nella raccolta Fatalità: questo libro ebbe un grande successo, portando Ada ad acquistare grande fama, a tal punto che, su decreto del ministro Zanardelli, le fu conferito il titolo di docente ad honorem presso l’Istituto superiore “Gaetana Agnesi” di Milano. Così si trasferì con la madre nel capoluogo lombardo.

A Milano entrò in contatto con i membri del Partito socialista italiano, anche grazie agli apprezzamenti ricevuti da alcuni di essi per la propria produzione poetica, nella quale è molto sentita la questione sociale. Tra essi ebbe fondamentale ruolo il giornalista Ettore Patrizi, col quale ebbe intense relazioni epistolari; conobbe poi Filippo Turati, Benito Mussolini e Anna Kuliscioff (della quale ebbe a dire di sentirsi sorella ideale).

Nel 1894 vinse il Premio Milli per la poesia. Nello stesso anno uscì la sua seconda raccolta di poesie, Tempeste, meno apprezzata di Fatalità, nonché vittima di una forte critica da parte di Luigi Pirandello. In questo periodo la sua lirica si concentrò soprattutto su temi sociali ed ebbe forti toni di denuncia, tanto da farla definire la poetessa del Quarto Stato.

Il 1896 fu l’anno di uno sbrigativo e presto fallimentare matrimonio con Giovanni Garlanda, industriale tessile di Biella, dal quale ebbe la figlia Bianca, ispiratrice di molte poesie, e un’altra bambina, Vittoria, che morì a un mese di vita. Da questo periodo le sue vicende personali modificarono fortemente la sua poetica e le sue opere divennero fortemente introspettive e autobiografiche, come si vede in Maternità, pubblicato nel 1904, e Dal Profondo (1910).

La separazione avvenne nel 1913, anno in cui Ada si trasferì a Zurigo, dove rimase fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale; da Zurigo scrive Esilio, pubblicato nel 1914, opera con evidente riferimento autobiografico, e la raccolta di novelle Le solitarie, pubblicata nel 1917, opera moderna e attenta alle molte sfaccettature della tematica femminile. L’anno seguente esce Orazioni, raccolta di odi alla patria: gli anni della guerra avevano trasformato la passione civile in patriottismo, accompagnato all’avvicinamento alle posizioni mussoliniane.

La corda principale della sua poesia erano ormai i sentimenti e, avanzando gli anni, la memoria: nel 1919, lo stesso anno in cui moriva la madre Vittoria, da un’altra esperienza amorosa nasceva una nuova raccolta di poesie, Il libro di Mara, raccolta inusuale per la società cattolica e conservatrice di quell’epoca. Due anni dopo, nel 1921, anno del matrimonio della figlia Bianca, è la volta di Stella mattutina, romanzo autobiografico di successo.

Nel 1931 fu insignita del Premio Mussolini per la carriera; erano gli anni in cui Benito Mussolini ancora utilizzava i rapporti nati nel suo periodo socialista. Il premio consacrò Ada Negri come intellettuale di regime, tanto che nel 1940 fu la prima donna membro dell’Accademia d’Italia. Non rinnegò mai la sua adesione al regime.

Ma ormai la sua vita era permeata da profondo pessimismo, chiusa in se stessa e in una ritrovata religiosità che la portarono ad affondare in un progressivo oblio.

Morì nel 1945.

 Le Poesie di Ada Negri

 “Cade la neve: tutt’intorno è pace  Ada Negri 

 Sui campi  sulle strade  

 silenziosa e lieve,
volteggiando la neve cade. Danza la falda bianca
nell’ampio ciel scherzosa
poi sul terren si posa stanca

 In mille immote forme
sui tetti e sui camini,
sui cippi e sui giardini
dorme.

 Tutto d’intorno è pace;
chiuso in oblio profondo
indifferente il mondo tace.

 

Le Primule

Sbocciano al tenuo sole

di marzo, ed al tepor dei primi venti,

folte, a mazzi, più larghe e più ridenti

de le viole.

Pei campi e su le rive

a piè de tronchi, ovunque, aprono a bere

aria e luce, anelando di piacere,

le bocche vive,

e son tutte esultanza per esse

i colli ed io le colgo a piene mani,

mentre mi cantan per le vene

sangue e speranza.

(Ada Negri)

Piove

Piove da un’ora soltanto

ma il bambino pensa che già

piova da tanto da tanto,

sopra la grande città.

Piove sui tetti e sui muri

piove sul lungo viale

piove sugli alberi oscuri

con ritmo triste e uguale.

Piove: e lo scroscio si sente

giungere dalle vetrate

che versan lacrime lente

come fanciulle imbronciate.

Piove laggiù sulla via

e in ogni casa già invade

l’intima malinconia

di quella pioggia che cade.

Ada Negri 

Fontana di Luce

Nel marzo ebro di sole il grande arbusto
in mezzo al prato si coprì di gialli
fioretti: le novelle accese rame
salenti e ricadenti con superba
veemenza di getto dànno raggi
e barbagli a mirarle; e tu quasi odi
scroscio di fonte uscir da loro; e tutta
la Primavera da quell’aurea polla
ti si versa cantando entro le vene

L’ultima opera di

Ada Negri

  ” Il dono” , di cui viene qui

riprodotto il frontespizio e

 la dedica autografa in una

rara prima edizione

 mondadoriana del 1936, è

 l’ultima opera poetica di

 Ada Negri, a cui seguirà

 “Fons Amoris” pubblicato

 postumo. Le fotografie

 sono invece tratte da “Il

libro di Ada Negri” di

 Nino Podenzani, una rara

 biografia edita nel 1969

 dalla casa editrice

 Ceschina di Milano. 

 

IL DONO

Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d’anno in anno da te attesi, o vita,
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto) non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: – E’ oggi: –
ad ogni giorno che tramonta io dico:
– Sarà domani.- Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita

 

FINE

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si di sfoglia
e non sa di morire e anch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti, se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.

 

LA STIRPE

In questo giorno e in questo mese, nella
stagion mia piena, figlia, a me venisti
com’io, molt’anni innanzi, alla mia madre.
E se m’affondo nelle lontananze
del tempo, ascolto le scomparse donne
del ceppo nostro gemere al travaglio
dei parti, sempre con lo stesso grido
di carne: odo vagir le creature
create, sempre con lo stesso pianto.
E d’anello in anello si rannoda
fra l’ombre del passato la catena
dell’esistenze; e tu già cerchi il segno
del futuro nel riso adolescente
di Donata occhi d’ambra e nella ferma
fronte di Giudo occhi di smalto nero.
Vive eravamo entro l’inconscie forze
di colei che fu prima nella nostra
solida stirpe: vive pur saremo
nell’ultima, sin ch’ella avrà respiro.
Il nostro esister breve, in questa forma
ch’è tua, ch’è mia, che sparirà, non vale
se non pel filo che ne allaccia a vite
già conchiuse, ed a quelle che il domani
succedersi vedrà, l’una dall’altra
generate. O mia sola, o tante e tante
mie creature! O discendenza, giorno
senza tramonto! Così volge un fiume
con l’onde sue sempre le stesse, sempre
novelle, in corso ampio e perenne, al mare

 

IMPOSSIBILITA’

Un gemere di bimbo, nella notte.
Lungo, flebile, stanco. Donde venga
non so. Ma soffro: inutilmente soffro
di non sapere: di non poter nulla
per quel bimbo che piange. A che siam vivi,
se di tanto dolor che ne circonda
sì lieve parte, e sol quella che gli occhi
vedon, le mani toccano, ci è dato
consolare? Lamento senza viso
che giunge a me, ferendo l’ombra: quanti
che non udii, che non udrò, per tutta
la terra, ovunque sia carne che nasce,
che tribola, che muore -ovunque sia
cuore che duole, lagrima che sgorga,
uom contro uomo, sangue contro sangue.
Così diverso, delle umane stirpi
il costume, il linguaggio; e pur lo stesso
lagno trema sul labbro a ciascun bimbo
che lo stesso travaglio offre la vita:
l’uguale estremo rantolo s’agghiaccia
entro la gola di ciascun che spira.
Oh, per la vita e per la morte, pena
de’ miei fratelli, perché mai non posso
tutta affrontarti, tutta penetrarti,
tutta lenirti? Se ad amor sì vasto
l’anima è pronta, perché mai sì breve
il mio passaggio in terra, e sordo il muro
che m’imprigiona?

O sconosciuto, ignaro
del dolor che mi dai: questo mio male
ch’è più intenso del tuo, questo soffrire
umile e vano innanzi a te m’assolve

 

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