Anna Frank: La Storia di una Ragazza Ebrea

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La Biografia di Anna Frank

Anna Frank è una ragazza tedesca di origine ebrea, nata a Francoforte nel 1929, che, prima di morire a soli 16 anni nel campo di concentramento di Bergen Belsen, ci insegna il valore della bontà nonostante il mondo disumano in cui si trova a vivere. Perseguitati dai tedeschi, per la loro origine ebraica, lei, la sua famiglia e in seguito la famiglia Van Daan e il Dottor Dussel, furono costretti a stare nascosti in un alloggio segreto, fino a quando furono scoperti dalle SS.

Arrestati e portati nei campi di concentramento, la madre di Anna morì di consunzione, e un anno più tardi morirono Margot e Anna di tifo. Tre settimane dopo la loro morte (1944) gli inglesi liberarono Bergen Belsen. Il diario di Anna Frank, fu trovato nell’alloggio segreto e consegnato dopo la guerra al padre di Anna, unico superstite della famiglia. Fu pubblicato ad Amsterdam nel 1947, col titolo originale Het acherhuiscil (Il retrocasa).

 

L’Infanzia

Annelies Marie Frank, chiamata semplicemente Anna, è nata il 12 giugno 1929 in Germania, a Francoforte sul Meno. Il babbo, Otto Frank, banchiere ebreo, ha dovuto emigrare in Olanda, con la moglie e le due figliolette, per sfuggire alle persecuzioni naziste dopo le leggi razziali emanate da Hitler nel 1933. Ad Amsterdam, Otto Frank diventa direttore della Travies N.V. e socio della ditta Kohlen & Co che importa gelatine di frutta. Domani Anna compirà cinque anni e” come ogni sera, attende che arrivi il babbo correndo dalla casa al giardino. E’ una bambina felice, vezzeggiata da tutti, perché è la più piccola. Margot, la sorella, ha sentito certamente più di lei la separazione dalla terra natale, dai primi compagni, ed è più

silenziosa e raccolta.

È trascorso appena un anno dall’abbandono della sua casa e c’è ancora l’ansia per i parenti rimasti in Germania. Le notizie che giungono di là sono allarmanti. La legge per la salvaguardia dello stato nazista e della razza pura ha iniziato la sistematica eliminazione degli oppositori. Il principio razzista della superiorità biologica degli ariani su tutte le altre razze è diventato dottrina dello stato, di conseguenza è un dovere la persecuzione degli ebrei. Si comincia a colpirli sul piano economico, si escludono dalle cariche pubbliche, si vietano e si limitano diritti e libertà civili a chi non è germanico. Per fortuna ci sono gli affetti, la fede e la volontà di ricominciare, nonostante tutto. Il signor Frank ricorda il compleanno della sua bambina. Si ferma in una libreria ed esce con un pacchetto colorato. Anna gli viene incontro festosa: – Papà, guarda che bella bambola mi ha regalato Miep!- Indicando il pacco sotto il braccio, domanda curiosa:

 È mio anche quello?- Ha un sorriso felice. Il babbo la solleva e se la stringe al petto. – Chissà! – risponde e aggiunge: – Quanti anni compie la mia piccola? – Cinque! Ti sei dimenticato che sono «grande»? Oggi a scuola la maestra mi ha detto che sono stata brava; vieni che ti faccio vedere il mio disegno… Poi, me la racconti una favola? Puoi leggerne una sul libro nuovo. Anna è precoce, desiderosa di imparare; frequenta la scuola Montessori, con Margot; parla perfettamente il tedesco e fa progressi ogni giorno – Aspetta un momento, Anna – dice il babbo- Saluto mamma e Margot, poi vengo-. Anna prende il libro, vi pone sopra il suo disegno, sul tavolo del giardino. Il babbo torna, guarda il disegno, sorride: – Sei stata proprio brava e allora devo raccontarti una bella storia. Prende il libro,

lo apre e comincia: – C’era una volta..

Nel 1938 i «pogrom» aggravano la situazione degli ebrei rimasti in Germania. Praticamente viene loro proibita ogni forma di vita associata. La nonna di Anna, per l’età avanzata, era rimasta a Francoforte; ma, presa dalla paura, si convince a fuggire e viene ad Amsterdam. Anna è felice. La nonna è sempre entrata nei discorsi e nei ricordi della famiglia. Quasi non la raffigura. L’ha lasciata che era molto piccola. Sono trascorsi cinque anni: lei e Margot sono cresciute, frequentano la scuola, si sono fatte degli amici.La venuta della nonna è una grande gioia per tutti, ma specialmente per Anna.

Indulgente e premurosa, la nonna è sempre pronta ad aiutarla, sa trovare le parole più adatte anche quando la richiama, la tratta con pazienza e comprensione. – Anna, vuoi che parliamo un poco? Vieni. Riesce sempre a mettere in fuga i malumori, a riportare l’allegria ed è ineguagliabile nel convincerla ad obbedire. – Mi aiuti a sbucciare i piselli? Ti racconto il fidanzamento dei tuoi genitori. Anna non riesce a resistere. E la nonna comincia come in una favola: – Che grande festa! C’erano duecentocinquanta invitati… E la convince ad eseguire i compiti, a tralasciare i giochi: – Anna, non ricordo più quello che dicevi ieri della Grecia. Che cos’era? – Furbetta d’una nonna! Vuoi che studi la storia, vero? Prendendola per mano, le siede accanto; si aiutano vicendevolmente. Un giorno Anna la scopre in pianto; cerca di confortarla:- Che hai, nonna? Pensi agli zii? Loro stanno bene, sono in America, al sicuro. – lo non li rivedrò più! – singhiozza la nonna. – È cominciata la guerra e chissà, come e quando finirà… – E cominciata? Ma come? Ma dove?- – Prendi l’atlante e aprilo sulla carta della Germania.

La nonna segna col dito Francoforte: – Era la mia città, anche la tua. Siete nati tutti lì… – Ma Amsterdam è bella, stiamo bene qui! – Oh, sì! – sospira la nonna e intanto accarezza il capo alla nipotina. – Fammi vedere dov’è la guerra! – insiste Anna. – Chi l’ha voluta? – Per il momento non si combatte… – spiega la nonna – ma è come se lo si facesse. Hitler ha deciso di «annettere» alla Germania tutte le terre abitate da tedeschi. Così ha occupato l’Austria, ha invaso la Cecoslovacchia, minaccia gli stati confinanti: vuol fare un Reich grande e potente. E fa paura al mondo. – Ma, nonna, oltre quelli che tu hai ricordato non vi sono altri territori abitati da tedeschi, rivendicati da Hitler… – Che io sappia, no; ma chissà che cosa ha in mente di fare ancora… – Allora si fermerà, vedrai. – Speriamo che tu abbia ragione, piccola mia! – conclude la nonna.

Occupazione Tedesca

I timori della nonna sono fondati. È proprio lei che il 1° settembre 1939 ascolta alla radio la notizia dell’attacco alla Polonia. Hitler, nel disegno di una guerra lampo, invade il territorio polacco e provoca l’intervento dell’Inghilterra e della Francia. In un mese la Polonia è sconfitta. Le truppe tedesche si volgono allora ad Occidente attratte dalle miniere di ferro della Scandinavia, ma anche per ostacolare eventuali sbarchi britannici. Costringono alla resa non solo la Norvegia, ma anche la Danimarca e si dirigono verso la Francia, violando la neutralità del Lussemburgo, ,dell’Olanda e del Belgio. Gli olandesi tentano di resistere, rompendo le dighe e operando disastrosi allagamenti, ma sono costretti a capitolare il 14 maggio 1940.

 I tedeschi trionfanti, a cui si sono uniti gli alleati italiani, nel giugno successivo entrano a Parigi, senza combattere. Le leggi razziali si moltiplicano e non c’è forma di violenza che venga risparmiata. Il babbo di Anna cerca di parlarne raramente in presenza della nonna e delle figlie, ma quando in casa vengono gli amici Van Daan, Kraler, Kophuis, il discorso cade sempre sulle persecuzioni. Una sera Kraler è furibondo; grida: – Avete sentito? Non solo rompono le vetrine, devastano i negozi, danno fuoco alle case, ma se la prendono anche con le sinagoghe e coi cimiteri…– Sono soltanto nazisti! – dice papà Frank. – A Varsavia, nel ghetto, hanno snidato la gente con i lanciafiamme..   La moglie ha nel volto lo smarrimento – Succederà anche ,qui?– Ma no, qui è diverso – la rassicura il marito. – L’Olanda è servita solo di passaggio.  – Non dobbiamo farci illusioni – lo corregge Van Daan. – I campi di concentramento funzionano dal 1935 anche per gli ebrei. – Saranno ebrei oppositori – precisa Kophuis. – No – insiste Van Daan – ce l’hanno con gli ebrei in quanto ebrei. – Non l’abbiamo mica scritto in fronte che siamo ebrei! – No, ma siamo obbligati a farci riconoscere come tali, portando la stella di Davide gialla cucita sull’abito… Ordine di Hitler! –
– Amici miei – dice Otto – perché non pensiamo a un progetto utile? Si apparta con gli uomini e discute a lungo, in segreto. – Dobbiamo pensare ad un nascondiglio sicuro… – Per noi non c’è scampo: finiremo nei campi di concentramento…– Purtroppo la notizia è attendibile – conferma Frank – non dobbiamo farci illusioni. Sapevamo già che, dopo la Polonia, anche gli altri paesi occupati dai tedeschi hanno conosciuto l’ignominia della caccia all’ebreo. Nonostante la guerra, la vita quotidiana si svolge con una certa regolarità. L’occupazione nazista però si fa sentire. Timori e privazioni non sono risparmiati. In casa Frank arrivano notizie dolorose di amici colpiti dalle persecuzioni. La nonna è molto invecchiata. Una splendida domenica di primavera, Anna è inquieta; va da una stanza all’altra, non ha voglia di mettersi a studiare. – Papà, usciamo? Facciamo un giro in città.
– Vuoi uscire anche tu, Margot? – chiede papà. – Dovrei studiare – risponde la figlia. – Allora rimani; terrai un po’ di compagnia alla nonna. La città è splendida di sole. Lungo le strade, nelle aiuole pubbliche sono fioriti i tulipani smaltati di giallo e di rosso. Sembra una domenica di pace. La gente passeggia, parla, si ferma nelle piazze.- Non ci allontaniamo troppo, perché siamo a piedi, lo sai – consiglia il papà. 
– Ma io non mi stanco. Con questo sole non è un gran male rinunciare al tram, non ti pare? – Anna è allegra – Come va a scuola? Che ti ha detto il vecchio Kepler?- – È migliore di quanto mi era sembrato. lo non amo molto la matematica e lui lo ha capito… – Ti ha dato qualche altra punizione? – Si è rassegnato a soppportare le mie chiacchiere. Sai che mi ha assegnato tre temi per castigo? – Su quali argomenti? – «La pettegola», «L’incorreggibile pettegola» e… il terzo era ancora più stupido. – Anna si arresta. – Su, sentiamo! – si diverte il babbo. – «Qua, qua, qua dice la signorina Boccadoca» – sussurra Anna. – Ti sei offesa? – Voleva canzonarmi, ma io l’ho lasciato di stucco – esplode Anna. – E come? – Ho scritto una poesia stupenda, con l’aiuto della mia compagna Sanne. – Che cosa hai scritto? – Ho raccontato la storia di una famiglia di anatroccoli. Alla fine il padre cigno uccideva i tre figlioletti a beccate perché erano troppo ciarlieri.
– Ti piace Amsterdam, papà? domanda Anna cambiando discorso. – Sì, è una grande città. – Fu per secoli la più grande metropoli del mondo e il suo porto il più importante per le Indie – precisa Anna. – Me lo  hanno insegnato a scuola. – Peccato che ora non sia una città libera! – sospira il signor Frank.

Quante cose Proibite

Anna indovina i pensieri del babbo. Camminando per la città, si sono imbattuti in un grande cartello posto bene in vista, per vietare l’ingresso agli ebrei in un parco riservato.- Ma quante cose ci sono proibite! – esclama Anna. – Ogni giorno, nuove leggi antisemite fanno obbligo agli ebrei di portare la stella di riconoscimento, di non servirsi dei tram, di consegnare le biciclette, di non usare le automobili…– Ma perché? Per evitare che sfuggano ai controlli. Anna vorrebbe cambiare discorso: – Prendiamo un dolce per la mamma? Non si può. Noi dobbiamo fare acquisti soltanto nelle botteghe ebraiche autorizzate dai nazisti solo dalle tre alle cinque del pomeriggio.
 – Non possiamo fare sport, è proibito andare al cinema e ai teatri, passeggiare nel parco, frequentare gente… – sbotta Anna – che cosa ci è permesso? – Per il momento stare insieme… E’ già molto che possiamo tornare a casaPapà, perché i tedeschi ci odiano tanto? – La storia è lunga. La Palestina fu conquistata dai romani nel 66 avanti Cristo. Quando l’imperatore Adriano ricostruì Gerusalemme col nome di Aelia Capitolina, l’ebreo Bar Kocheba si ribellò. La ribellione fallì e da allora fu proibito agli ebrei di rientrare in Gerusalemme. Fu l’inizio della «diaspora», cioè della dispersione degli ebrei che però in tutto il mondo rimasero legati dal vincolo religioso e dal rispetto della «sinagoga», simbolo della continuità e della tradizione. Gli esiliati incontrarono sempre gravi difficoltà, ma la necessità di sopravvivere li fece esperti negli affari e invisi ai paesi che li ospitavano. Furono sempre perseguitati; prima di questo, il tempo peggiore lo conobbero nel Medioevo, durante le crociate. I   cattolici li costrinsero all’isolamento, il «ghetto», e li esclusero da ogni ufficio. – Non ebbero mai pace, allora! – sospira Anna. – Soltanto quando qualche re utilizzò gli ebrei più esperti in economia a riassestare le finanze del paese… – Perché sceglievano soprattutto il commercio, gli affari? Sono le condizioni di vita che generano i costumi, le abitudini, le scelte.
 L’incertezza della situazione suggeriva agli ebrei di non avere proprietà immobili; l’esilio imponeva di avere beni trasportabili. Anche il prestar denaro con interesse, fu praticato dagli ebrei perché ai cristiani era proibito farlo. All’inizio dell’occupazione, le autorità tedesche appaiono concilianti: tentano di guadagnarsi la fiducia e la collaborazione degli olandesi. Poi, ai primi segni di dissenso e di resistenza, mutano metodo.. Cominciano con le minacce, a cui seguono rappresaglie sempre più dure. Nel settembre del 1941 il generale Keitel emana l’ordine che, dove si verifichi un incidente a danno delle forze armate naziste, venga immediatamente eseguita la fucilazione di «ostaggi», cioè di cittadini presi in custodia per garantire con la loro vita la sottomissione della comunità occupata. Le leggi razziali vengono imposte in tutta la loro severità anche ad Amsterdam. Così il mattino in cui la direttrice della scuola Montessori entra nella sesta B per tenere la lezione conclusiva, Anna sa che per lei è davvero l’ultima. Alla fine dell’ora la direttrice si rivolge alle ragazze. – Devo comunicarvi una cosa spiacevole: perdiamo una compagna, Anna Frank. L’anno prossimo dovrà frequentare un’altra scuola e noi vogliamo salutarla.
 Dai banchi gli sguardi si volgono tutti verso la compagna che si è alzata e si dirige verso la cattedra. – Dove vai? – domanda una tra il mormorio delle altre alunne. – In una scuola per ebrei – risponde senza esitazione a voce alta Anna. – Perché mai? – Perché una legge degli occupanti vuole così – precisa la direttrice. Nel volto delle alunne si dipingono stupore e smarrimento. La direttrice allunga la mano, stringe quella di Anna e l’attira a sé con affetto: – Stiamo insieme da molti anni, sei venuta bambina nel 1934, sei cresciuta qui con noi e avremmo voluto continuare con te la nostra scuola. Ci è impedito. Non ci dimenticheremo di te. Rivolta alla classe aggiunge: – Questa lezione che ci impone la storia è assai dura.  Le parole si perdono nel silenzio commosso; Anna, chinato il capo, piange. Anche le compagne e l’insegnante non nascondono la loro emozione.  – Vieni, Margot ti aspetta. – Sulla porta la direttrice l’abbraccia: – Addio Anna!- Non ci sono altre parole da dire. All’ingresso la sorella l’attende con gli occhi lucidi. Si prendono per mano e tornano a casa.  È l’inizio delle vacanze, ma senza gioia. Incominciano a conoscere, a loro spese, che molti dolori della vita sono provocati proprio dagli uomini. L’anno successivo, al liceo ebraico, Anna e Margot si trovano bene: insegnanti bravi, compagni simpatici; per Anna qualche difficoltà in algebra, ma nelle altre materie nessun problema. Margot è bravissima, ottiene ottimi risultati in tutto ciò che fa.
Così si chiude un altro periodo di scuola e di vita senza avvenimenti particolari, salvo la morte della cara nonna. A gennaio se n’è andata lasciando un gran vuoto. Oggi è giorno di festa; è il tredicesimo compleanno di Anna.

 

 

Un Diario per Anna Frank

Sono quasi le sette del mattino e Anna è sveglia da un po’. Esce piano dalla camera e le viene incontro il gatto con il consueto miagolìo, i ronfi di gioia. – Oh, che entusiasmo Moortje! Vuoi proprio essere il primo a farmi gli  auguri? – Anna si china ad accarezzarlo, lo prende in braccio.  Bussa alla camera dei genitori.  – Buon compleanno, Anna! – L’uno dopo l’altro l’abbracciano e la seguono in salotto per godere delle sue manifestazioni davanti ai doni.
Esuberante e vivace, lei corre verso il tavolo: – Quante cose! Quanti fiori! E ci sono anche i dolci e i libri. Grazie, a tutti! Sulla porta appare Margot, in camicia da notte. Ancora assonnata dice: – Auguri, auguri! Anna distribuisce baci a tutti. – Apri, su! – invita la mamma. – Incominciamo dal più piccolo? Sembra un libro. – Non devi dirlo; fingi un po’ di sorpresa, almeno – brontola la sorella. – Ho sbagliato! È un puzzle! Che bello! – Ti piace? Meno male… – sorride Margot. – C’è anche una busta con dei fiorini. Bene, potrò comprarmi «I miti di Grecia e di Roma». Mamma, papà e Margot si sono seduti per assistere all’animazione di Anna che soppesa i pacchetti, li guarda, li svolge con cura per recuperare le belle carte decorate e i nastrini della confezione. – Ti hanno viziata anche gli amici – commenta il babbo. – Vogliono tutti farmi leggere; guarda quanti libri! Per fortuna mi piace. Si prepara a svolgere un nuovo pacco.
– Un diario! – esplode Anna felice – Bello! E lo accarezza, sfiorando la copertina cartonata e stringendolo al petto. Corre ad abbracciare il babbo: – È il mio primo diario importante. Lo incomincerò subito e guai a chi cercherà di leggerlo. Vi scrivo tutti i miei segreti. Anna è una ragazzina allegra, sensibile, con una straordinaria capacità di stare nella realtà. Si è adattata alla sua condizione di ebrea, frequenta i nuovi compagni con spontaneità e naturalezza. Sui banchi di scuola e nello studio riesce a dimenticare che l’Olanda è occupata e che c’è la guerra. Non vuole fare del suo diario uno sfogo lacrimoso, né un banale racconto quotidiano… Anna scopre che le manca un’amica, alla quale dire tutto. «Che bella idea!» si dice soddisfatta «Il mio diario diventerà la mia amica immaginaria; a lei confiderò tutto, sotto forma di lettera!» Sarà effettivamente una conversazione intima, una finzione ma senza finzioni! E l’amica si chiamerà Kitty… La repressione dei tedeschi contro gli ebrei si fa sempre più dura. Il babbo di Anna deve lasciare la ditta, non può più occuparsi di affari. E’ molto triste vederlo taciturno senza il suo lavoro. Per fortuna è tempo di vacanza e le figlie gli tengono compagnia. Una mattina, passeggiando con Anna, le confida:
– Tu sai che da quasi un anno stiamo affidando le nostre cose ad amici perché non finiscano in mano ai tedeschi. Però neanche noi vogliamo essere  presi; perciò dobbiamo andarcene, dobbiamo nasconderci. – Quando, papà? – Anna rivela la sua ansia. – Non ti preoccupare, cara; goditi la vacanza. Ho voluto soltanto che tu lo sapessi per tempo. La domenica successiva c’è una chiamata delle S.S. per Margot. Deve presentarsi al comando. Anna scoppia a piangere:  – Ma allora è vero, portano via anche le ragazze da sole…- Non ci andrà! – dice con forza la mamma – Anzi, prendete subito quello che potete e stipatelo nelle vostre borse. Fuggiamo. Anna si agita, va di qua e di là, ficca nella borsa le sue cose più care, prima fra tutte il diario. Quando arriva il babbo manda a chiamare gli amici. Miep, la sua segretaria, sposata da poco, viene col marito Henk. I due sposi riempiono borse e tasche con quanto è rimasto da portar via e prima del coprifuoco riescono a fare due viaggi al nascondiglio. Il mattino seguente la mamma sveglia le figlie all’alba e – Indossate più abiti che potete, uno sull’altro, su, presto… Margot, infagottata e con la cartella colma di libri, esce per prima, in bicicletta. L’accompagna Miep che è venuta generosamente a dare ancora il suo aiuto. Moortje si aggira inquieto per le stanze. Anna lo accarezza in silenzio. – E Moortje? – domanda col pianto nella voce. – Ho pensato anche a lui: lo terrà il signor Goudsmit; il gattino sta bene, resterà qui nella sua casa. Alle sette, dopo aver abbracciato e baciato il gatto, Anna saluta con lo sguardo le stanze della sua casa… Il babbo e la mamma la precedono. Hanno tutti una valigia rigonfia e si riconosce dagli abiti che stanno fuggendo, che sono ebrei. La pioggia rende ancor più triste la separazione. La strada comincia ad animarsi; passano soprattutto gli operai e li guardano con compassione, accennando appena un gesto del capo, forse per salutare, per dire che vorrebbero aiutare, che capiscono… I Frank camminano in silenzio, fingendo di essere disinvolti, ma è difficile passare inosservati. Dopo un poco, Anna riconosce d’essere arrivata per strade secondarie nella via Prinzengrach e si sorprende
 – Come? Ci nascondiamo qui, nel tuo ufficio, papà?- – Sarà un buon nascondiglio, vedrai! Lo preparavo da molto tempo. Ci saremmo dovuti venire il16 luglio, ma abbiamo anticipato…

 

 

 

Vita nel Nascndiglio

Gli uffici della ditta Kohlen & Co. sono in un vecchio palazzo di quattro piani. Attraverso corridoi, scale, magazzini si arriva alle stanze, divise su due piani, che saranno l’abitazione segreta dei Frank, dei loro amici Van Daan col figlio Peter e anche del dentista Dussel. Anna si guarda intorno: – Come sei stato bravo, papà!  Margot e Miep sono già al lavoro. La mamma non parla; la situazione è precipitata così rapidamente che non si rende ancora conto del cambiamento. Lo spazio è ristretto ma è una fortuna sentirsi al sicuro e vicini ad amici come Elli, Miep,.Kraler e Kophuis. Giorno per giorno i rifugiati organizzano la loro coesistenza, stabiliscono regole e orari per non destare sospetti nel personale del magazzino; e scoprono come sia duro e difficile vivere con altre persone, chiusi per mesi senza affacciarsi mai ad una finestra, con limitazioni d’ogni genere… Nell’alloggio ci sono lavori per tutti: riordinare, far da mangiare, leggere, studiare e ricambiare la generosità dei protettori con lavori d’ufficio: contabilità, registrazione, corrispondenza… Ogni tanto vengono buone notizie dalla radio e la speranza si ravviva. Quando giunge la sera, Anna ritrova se stessa. Si diverte a guardare gli ultimi uccelli che volano insieme ai gabbiani e sembrano d’argento.
 Poi, quando scende la notte e si spengono le luci, si mette a spiare con un cannocchiale. Nonostante la guerra e il grande dolore che gli uomini hanno scatenato, le stagioni continuano ad avvicendarsi con regolarità. La natura segue il suo corso; sotto la finestra sono fiorite le rose. – Oh, poter uscire, correre per le strade, respirare l’aria a pieni polmoni! ­ confida Anna a Peter, che se ne sta quasi sempre zitto, col suo gatto – Vieni a vedere come sono belli i tetti di Amsterdam. Vorrei andare in bicicletta, ballare, sentirmi giovane e libera… Invece mi tocca respirare l’aria da una fessura e mi vie n voglia di piangere-. Peter la guarda con simpatia, ma non trova parole per confortarla. È difficile vivere vicini sempre in armonia quando si hanno gusti diversi, anche per l’età. Gli adulti sono spesso noiosi nei loro discorsi, nelle loro occupazioni e mancano di fantasia. Da qualche tempo non fanno che lamentarsi.Il loro parlare va dalla politica al mangiare oppure stanno a rilevare tutte le cose sbagliate che fanno i ragazzi. – Margot è il concentrato delle virtù – dice Anna. – È silenziosa, attiva, ordinata, irreprensibile, bella: fa bene tutto- Non sarai gelosa! – ride Peter. – No, no, voglio bene a Margot, ma non sopporto che mi si rimproveri a torto. Anna è molto cambiata, per la lunga reclusione; è diventata più matura, ma è pur sempre la ragazzina intelligente e precoce che non risparmia le sue critiche, che vive le inquietudini dell’adolescenza e si sente in opposizione agli adulti perché vuole affermare se stessa. Spesso si chiude ed evade nel sogno o si sfoga a scrivere ciò che sente nel «diario». Registra giorno dopo giorno quanto accade intorno a lei e dentro di lei e intanto costruisce la sua identità con una volontà tenace e sorprendente. Negli ultimi tempi Peter le è più vicino; anche lui si scontra spesso con i genitori, specialmente con la madre, superficiale e vanitosa. Oggi Anna è andata a prendere delle patate e si è fermata a chiedergli: – Che cosa studi? – Sto esercitandomi nella lingua francese. – Posso vedere la tua traduzione? – Oh sì, tu sei più brava di me. – Che farai, finita la guerra? – Andrò a vivere in una piantagione delle Indie olandesi. – Perché così lontano? – Non credo di avere di meglio da scegliere.
 E tu che farai? – lo voglio scrivere, ma prima devo studiare molto. Perché tu Peter non hai stima di te? Mi pare che tu abbia un forte senso di inferiorità. – Può darsi. Del resto non ho di che vantarmi.- Perché dici così? Conosci bene l’inglese, dimostri coraggio e sei anche un bel ragazzo. Qui si bisticcia sempre con gli adulti, si diventa tristi; ma quando sarà finito quest’inferno, la vita ci sembrerà diversa. Perché non ci aiutiamo? – Mi farebbe molto piacere parlare.– Possiamo anche studiare, confrontarci, vuoi? – Volentieri. – Potremo almeno sfogarci; sarebbe un sollievo, non credi? – Tu mi aiuti già molto. – Davvero? E come? – Con la tua gaiezza. Peter l’accarezza. – Devo scendere – si affretta Anna – altrimenti non si mangiano patate. E felice, sa che nell’alloggio ora ha un amico. Per gli otto rifugiati, dire «alloggio segreto» non significa soltanto vivere la privazione della libertà, la reclusione, la paura di essere scoperti e uccisi, ma innumerevoli altre cose quotidiane: limitazioni sofferte in silenzio e rassegnazione, con la fragile speranza di sfuggire alla cattura. Uno dei grandi problemi del nascondiglio è il mangiare, esigenza che deve essere soddisfatta per sopravvivere. Prima della fuga Frank e Van Daan avevano acquistato alla borsa nera due sacchi di fagioli, patate, barattoli di verdura, carne da conservare in salsiccia. Ma la guerra, continuando oltre le previsioni, fa scarseggiare i cibi per tutti e, per quanto si studino economie, le scorte diminuiscono a vista d’occhio. Per fortuna, gli amici fanno miracoli: procurano carte annonarie, riescono ad acquistare viveri da conoscenti. In cucina si procede per «cicli alimentari»: ora è il tempo delle patate e delle barbabietole. C’è stato il periodo dell’indivia, e prima quello degli spinaci, e delle rape, dei cetrioli, dei crauti, dei pomodori. Per giorni e giorni, a pranzo e a cena la stessa cosa, cotta magari in modo diverso. Se il fatto si prolunga, quando si è seduti a tavola succede che scoppino malumori che sfociano in scenate spiacevoli. Margot è l’unica a non interferire e a mangiare pochissimo.
 La signora Van Daan interviene invece spesso:  – La verdura è buona, fa bene. Margot è pallida, mangia poco.- Non c’è da scialare – risponde infastidita Anna – visto che qualcuno mangia di più.- Sei un’impertinente – si arrabbia la signora. – Che vorresti dire? Si scatenano discussioni inutili, stupide osservazioni e quindi musi lunghi. Se non si litiga, i Van Daan, invadenti come sono, cercano di creare un clima gioviale. Lui non tace mai, sa tutto, parla di tutto, si serve per primo, prende le parti migliori. Lei, forte del fatto che cucina, coglie l’occasione per fare sfoggio della sua saggezza e” civetteria. In realtà è attiva, ma anche pettegola e trova sempre il modo di scatenare disaccordi tra Anna e la mamma. Anche la mamma di Anna lavora molto: riordina, lava, non si perde in chiacchiere. Il babbo, Pim, come lo chiama Anna, è generoso e cerca di mantenere il suo equilibrio. Prima di servirsi domanda sempre– Ce n’è per i ragazzi? Si son dovuti stabilire degli orari rigidi, per non farsi udire. Alle nove, la colazione: pansecco e surrogato. Pranzo alle tredici e cena quando gli uffici sono deserti. Al momento del pranzo, spesso salgono a mangiare insieme Miep, Elli, Kraler e Kophuis. Con loro si commentano i radiocomunicati della B.B.C. Ci sono momenti belli in cui si trova la forza di sorridere. Anna è la più giovane, è allegra e riesce sempre a scherzare, quando tutti insieme, attorno al tavolo, puliscono le verdure, sbucciano le patate, sbaccellano i piselli, ripuliscono i fagioli dalla muffa… E ci sono le feste, i compleanni con lo scambio di piccoli doni, di letterine, di graziose poesie. – Come ricorderemo questo tempo! – dice qualcuno di tanto in tanto. Anna è veramente ricca d’immaginazione e ha trovato un altro interesse per non annoiarsi. Si esercita in passi di danza ed esegue movimenti per recuperare scioltezza.
Tra poco sarà il compleanno della mamma e le farà una sorpresa: animerà la festa con un balletto dedicato a lei. Ha già un costume ornato di nastri, ricavato da una vecchia sottoveste. Il signor Kraler le ha portato dello zucchero, così potrà preparare anche un dolce. Il che farà esplodere di gelosia la Van Daan. Ci si scontra più spesso per piccole cose, perché tutti oramai sono all’ estremo della sopportazione. Non si può vivere sempre chiusi, separati dal resto del mondo, con la tremenda paura della morte, dipendendo in tutto dall’aiuto di amici che potrebbero subire le peggiori rappresaglie! E’ già arrivato un nuovo anno: 1944! Un tempo così lungo ha esasperato i rapporti di Anna anche con i familiari, soprattutto con la mamma di cui rifiuta il modello. «Se Dio mi concederà di vivere – pensa – arriverò dove mia madre non è arrivata, non resterò una donna insignificante, lavorerò nel mondo e per gli uomini! » L’adolescenza è un periodo critico anche in situazioni normali, ma nelle condizioni in cui sono costretti Anna, Peter e Margot diventa inaccettabile. Se non bastano i genitori, c’è anche Dussel a far notare ciò che è sbagliato e inopportuno. Anna, come tutti i ragazzi, è un fastello di contraddizioni! Il babbo e Margot cercano di farla riflettere: – Un tempo la mamma era ricca, non aveva i problemi che ha ora. Certamente le ristrettezze, i sacrifici, le paure devono averla molto cambiata.Come può essere serena e disponibile, povera mamma? Il babbo è buono, ma neanche lui può dare ad Anna ciò che le manca. Per costruire se stessa, la sua autonomia, ha bisogno di staccarsi dalla famiglia, di fare molte esperienze, di conoscere la realtà, di avere altri rapporti. Il nascondiglio, l’isolamento, la vicinanza continua rendono tutto più difficile. Anna scrive nel suo diario: «Mi rendo conto che, nel ’42, quando sono venuta qui, ero una ragazzina impertinente, viziata, sincera ma irreale. Quel tempo ormai è chiuso. Prima la vita era radiosa, poi qui il capovolgimento: bisticci, osservazioni… La realtà è che sono cresciuta. A volte le prende una grande tristezza: si sente sola, trattata ingiustamente, avversa a tutti. Altre volte è fiduciosa, serena, disponibile con tutti e si domanda come può essere così dura nel giudicare la mamma, nel darle dolore e farla piangere. E cerca dentro di sé le ragioni che sembrano tanto gravi e che invece fanno parte della vita. Anna è veramente cresciuta, ha imparato a guardare nella realtà delle cose e nelle persone.
 Ogni giorno partecipa intensamente al dolore di milioni di uomini, donne, bambini, condivide le durezze della guerra; ha paura per sé, per i suoi, per gli amici. E, nonostante tutto, riesce a conservare la capacità di amare e la speranza di un tempo in cui gli uomini torneranno ad essere buoni. La domenica di Pasqua alle nove e mezzo di sera, Peter chiama il signor Frank: – I miei genitori non riescono a tradurre un brano, può venire?  Anna e Margot si guardano incredule. Peter non vuole spaventarle, ma c’è qualcuno che sta forzando la porta del magazzino. Non è una novità; spesso i ladri fanno visita alla Kohlen & Co. e ogni volta il terrore di essere scoperti aumenta. Tutti sono tesi e stanchi per quella prigionia prolungata… Le ragazze, con la mamma, salgono dai Van Daan e gli uomini scendono ad aspettare. Si ode un forte colpo. Tutte le luci sono spente. Peter si fa coraggio e scende per cercare di capire: lo scaffale girevole dietro cui è nascosto l’ingresso al «rifugio segreto» è accostato e riesce a vedere la porta del magazzino. Un pannello è stato rotto e i ladri sono intenti ad allargare il buco per irrompere. Peter fà un cenno e Van Daan d’improvviso con tutto il fiato grida: – Polizia! Polizia! I ladri si danno alla fuga. Gli uomini del «rifugio» tentano di rimettere il pannello nella porta rimasta col buco… ma da fuori qualcuno lo fa cadere. Passa una coppia, guarda dentro con una pila: ai rifugiati non resta che fingere di essere i ladri! ­ – Ora certamente la coppia avvertirà la polizia! – dice Peter. – Che cosa facciamo? – domanda Dussel.–  È festa, – risponde Frank. – Qui non verrà nessuno per due giorni. Si dovrà restare con l’angoscia della perquisizione per tutto quel tempo? Nascondete la radio! – dice la Van Daan – Se ci scoprono, addio…
Troveranno anche il «diario» di Anna – dice la mamma. – Bisogna bruciarlo – consiglia una voce. – No, il mio «diario» no! – protesta Anna. – Non diciamo sciocchezze – interviene Frank – se ci scoprono… siamo ebrei e tanto basta! Smettete di pensare al peggio, bisogna avere coraggio! La notte non passa più. Trascorre nel silenzio interrotto da sospiri.  Per lo spavento è venuta a tutti la dissenteria ed è un altro problema, perché non si può scendere a vuotare la latta di fortuna. Finalmente, alle sette del mattino, dal telefono dell’ufficio si chiama Kophuis per avvisarlo. Con la scusa di portar da mangiare al gatto del magazzino, arrivano Elli, Miep e Henk, che riferiscono gli sviluppi del fatto. La guardia notturna ha avvertito la polizia. Henk dichiara che anche lui andrà a deporre, per avvalorare il fatto e stornare i sospetti dal «rifugio». Dirà anzi che non è stato rubato nulla, per evitare che facciano sopralluoghi. In quanto alla coppia che aveva spiato dentro, si tratta d’un fruttivendolo e di sua moglie, che abitano poco lontano. – Quello deve supporre già molte cose – interviene Miep. – Però siamo certi che non parla – Anche questa volta il peggio è passato!  Ma la paura della notte, l’insonnia e i disagi conseguenti non si cancellano facilmente: tutti hanno nello sguardo una dolorosa incertezza.

Anna sogna il Futuro

È un giorno di sole, uno di quei giorni che si vorrebbe godere all’aperto. – Quando potremo finalmente uscire? – chiede Anna. – Le notizie sono buone – risponde il babbo. – L’Italia ha aperto gli occhi e condannato il fascismo. La Germania ora è sola contro tutti. – Però l’antisemitismo si è diffuso – lamenta van Daan. – La colpa è dei nazisti – sottolinea Frank. – Perseguitano chi ci aiuta e ogni gesto di resistenza ebraica scatena su tutti la crudeltà tedesca. – Papà, anche noi dovremo lasciare questo paese che prima ci ha accolto ed ora ci volta la schiena, succube del nazismo? – Non bisogna credere alle voci… Pensiamo alla pace…
 – Che cosa vorreste fare, appena fuori di qui? – domanda Peter. – lo vorrei fare un bagno caldo completo – esplode Margot. – Anch’io! – aggiunge van Daan – Un bagno lunghissimo! – lo vorrei cercare mia moglie Lotte – dice Dussel. – lo non so – dice Anna – proverei una tal felicità da non sapere che fare. – Ma che cosa desideri più di tutto? – insiste Peter. – Una casa mia, la libertà, tornare a scuola, essere aiutata nel mio lavoro. Ebrea o non ebrea io sono soltanto una ragazza che ha voglia di vivere… Ho bisogno di essere allegra, io. La signora Van Daan è intenerita: – Hai ragione, piccola Anna. Presto finirà quest’incubo. Sono certa che ci , sarà l’invasione del continente. Il marito la contraddice e cominciano a bisticciare. Ognuno torna alle proprie incombenze. Peter insiste, con Anna: – Che cosa vuoi fare dopo? – Studiare, crescere, lavorare molto: ho tanto da imparare. Andrei volentieri un anno a Parigi e un anno a Londra per studiare le lingue e storia dell’arte. Vedere il mondo e fare esperienze… – Quanti programmi! Quasi t’invidio… – Perché, tu non sogni mai? lo coltivo tanti sogni e spero proprio di realizzarli. Dopo la guerra voglio pubblicare un libro dal titolo «Het Achter­huis» (Il rifugio). Voglio diventare celebre; voglio continuare a vivere dopo la mia morte… – Continua a parlare – l’invita Peter.
– Mi piace. – Se non mi prendi in giro, ti dirò quello che ho scritto nel «diario». – Perché dovrei? – Senti, allora: sono giovane e vivo questa grande avventura: non posso passare la giornata a lamentarmi, se ci sono in mezzo! Sento che la mia mente, giorno dopo giorno, matura, che la liberazione si avvicina, che la natura è bella, che la gente attorno a me è buona, che quest’avventura è interessante… Perché dunque dovrei disperarmi? Peter non sa dire che:– Anna! Sei forte.  Le sirene hanno dato l’allarme. La città si è svuotata. La gente si è nascosta nei rifugi antiaerei, ma gli otto rifugiati non possono muoversi. Stanno col fiato sospeso nella speranza che si tratti di un falso allarme. Ma quando il rombo degli aerei si fa prossimo, non resta che pregare d’essere risparmiati. Gli spari della contraerea infittiscono e si mescolano ai boati delle esplosioni. Un bombardamento aereo è sempre un fatto spaventoso e terribile. Non si fa l’abitudine alla paura delle bombe! Anna non riesce proprio a superarla. Durante la notte, poi, i bagliori, gli scoppi, i sibili ingigantiscono ,e si fanno terrificanti. Sul punto di urlare, Anna si stringe ai genitori. – Papà, accendi la candela, ti supplico! – Non è possibile, lo sai. Devi avere coraggio, Anna!
– lo ho tanta paura in questo buio!  La mamma s’impietosisce e corre ad accendere una candela. Con la luce pare d’essere più sicuri. Anna si stringe al petto la sua valigetta, pronta, nell’eventualità di un’improvvisa evacuazione, a fuggire… Soltanto una volta ha avuto il coraggio di affacciarsi alla finestra e di seguire un duello aereo tra tedeschi e alleati.Le accadde di vedere un aereo canadese colpito precipitare e i piloti calarsi col paracadute. Anna non è la sola ad avere paura delle bombe; tutti ne hanno e non la nascondono. Accade di essere intenti a qualcosa, di non avvertire l’urlo delle sirene e ci si trova in piena apocalisse! Il cielo si oscura, la casa trema, i vetri sembrano cadere in frantumi. Il19 luglio 1943 Amsterdam è stata devastata: non si contavano i morti; gli ospedali non contenevano più i feriti e sulle macerie fumanti si aggiravano disperati, impazziti i sopravvissuti. Subito dopo, un altro giorno di fuoco: il 26 luglio. Il primo allarme suonò all’ora di colazione; il secondo alle 14. Van Daan chiamava perché si salisse in solaio a guardare l’attacco al porto. Il bombardamento durò mezz’ora. Dalle banchine si levavano gigantesche colonne di fumo denso, una nebbia grigia e carica di odore di bruciato gravava sulla città e penetrava dappertutto. All’ora di cena un altro allarme. Non si era ancora spenta la paura e di nuovo le sirene annunciavano l’arrivo degli incursori. Una moltitudine di aerei oscurava il cielo: coi motori urlanti scendevano in picchiata sulla città, scaricavano tonnellate di esplosivo, riprendevano quota. Nei bagliori degli incendi, Amsterdam appariva e scompariva, mostrando squarci fumanti orribili. La guerra ha riportato gli esseri umani alla primitiva barbarie. Il 25 maggio è stato arrestato il verduraio che abita vicino al «rifugio». Teneva nascosti in casa due ebrei.
La polizia li ha scoperti forzando una porta… La notizia porta un gran turbamento nel «rifugio segreto» dei Frank. Si sta per cedere alla stanchezza, alla disperazione. – Perché gli uomini non possono vivere in pace? A che serve la guerra? – chiede van Daan.  – Se cercassero la risposta forse non lo farebbero più! – risponde Frank.  – Non credo che la guerra sia colpa dei capitalisti, dei grandi, dei governanti responsabili del nostro destino; no, anche la gente minuta – continua Anna -la fa altrettanto volentieri, altrimenti i popoli si sarebbero rivoltati da tempo. Nessuno ha più voglia di parlare. Ma Anna, quasi ispirata, riprende: – C’è negli uomini un impulso alla distruzione, alla strage, all’assassinio, alla furia e finché l’umanità non avrà subìto una grande metamorfosi, ,la guerra continuerà a imperversare. L’umanità dovrà sempre ricominciare da capo, a ricostruire sulle distruzioni da lei stessa provocate. È sopraggiunto il caldo estivo. Si mangia poco e malissimo. La fogna è ostruita e non si può usare l’acqua. Due anni sono troppo lunghi anche per Miep e Kraler, che devono fare ogni giorno tante cose e non possono mai dimenticare «l’alloggio segreto» dei Frank. C’è qualcosa che rende molto tesi. Oltre la stanchezza, il bisogno di libertà, la paura, la fame e un amaro presentimento che sembra incombere su loro… I discorsi e gli umori vanno e vengono, ma la tensione è aumentata. Si odono rumori e passi insoliti nel magazzino. Qualcuno ha scoperto il nascondiglio o sospetta che ve ne sia uno? Una sera, verso mezzanotte, Frank dice: – C’è qualcuno. Non ho dubbi! Di sopra, anche i Van Daan confermano. Si dorme tra mille timori. Nel cuore della notte, tutti si alzano e stanno col fiato sospeso in ascolto. Si distingue bene il rumore di qualcuno che sta armeggiando intorno allo scaffale girevole che dà sul «rifugio» – Chi sarà che viene a curiosare?- Qualcuno certo che odia gli ebrei o che vuol guadagnare la taglia che i tedeschi hanno promesso ai delatori: sette fiorini olandesi per ogni ebreo denunciato.  Miep ed Elli, e tutti gli amici, sono sempre stati prudenti, ma si sono accorti che il magazziniere V.M. ha l’aria di uno che la sa lunga.
 – Indugia all’uscita con la scusa della bicicletta e guarda con sospetto ogni nostro movimento – osserva Elli. – È malfidato e curioso; non si lascia menare per il naso – aggiunge Miep. – Coi vostri sospetti vedete nemici dappertutto – interviene Kraler. – Non c’è da meravigliarsi – si giustifica Miep. – La guerra ha mutato gli uomini. Persino i bambini hanno imparato l’odio. Ognuno cerca di arrangiarsi, anche a costo di fare del male agli altri.

Mani in Alto!

Il 14 agosto, nell’alloggio la sveglia suona come sempre alle sei e trequarti. Uno dopo l’altro cominciano i turni al servizio. Lentamente si anima la strada di sotto. Arrivano i rumori e le voci di quanti riprendono il lavoro. Sulla Prinzengracht camminano quattro uomini con l’impermeabile, che hanno l’aria di essere degli agenti di polizia. All’altezza della ditta c’è un altro uomo sulla quarantina, che sta fumando un sigaro. Non appena i quattro gli sono vicini, fa loro un cenno con il capo come per dire: «È qui!». Attendono un attimo, poi entrano insieme nel vecchio palazzo. In ufficio c’è il signor Kraler. Si fa avanti uno e si presenta: – Sono un maresciallo della Gestapo! – Vogliamo vedere i magazzini – ingiunge subito un secondo poliziotto, anche lui, come i suoi colleghi, armato, ma in divisa della polizia nazista olandese. . Kraler li accompagna. Guardano intorno, girano, osservano. Esaurita la visita, il titolare spera sia tutto finito, ma il maresciallo prosegue nel corridoio e giunto in fondo davanti allo scaffale girevole ordina di aprirlo. – E’ soltanto uno scaffale! – si difende Kraler. Gli agenti estraggono la pistola, il maresciallo lo spinge da un lato, dà uno strattone allo scaffale che gira sui cardini e lascia scoperta la porta. – La apra! – comanda; poi fa cenno a Kraler di salire, puntandogli la pistola alla schiena. Sola, sgomenta, la signora Frank, appoggiata al tavolo, lo vede salire.  In fila, i Van Daan, i Frank, Dussel compaiono tutti.
Il tedesco comanda secco – Mani in alto! Gli otto ebrei obbediscono ammutoliti, pallidissimi in volto, per i due anni di buio, attoniti per l’amara certezza – Cinque minuti per prendere qualche indumento! Gli uomini della polizia perquisiscono intanto l’alloggio. Il maresciallo è glorioso: non è stato uno scherzo dei tanti. Il magazziniere sapeva bene le cose. Nessuno parla. Gli agenti vanno avanti e indietro, saccheggiano il nascondiglio. Gli otto raccolgono in fretta qualcosa. Anna ha in mano lo zaino: butta dentro vestiti, libri, quaderni… Uno cade sul pavimento o ve lo lascia cadere, confuso tra fogli già visti. Gli incubi,  paure, le angosce di giorni e di notti hanno preso corpo, sono li in quella piccola fila umiliata di ebrei dignitosi. I nazisti, coi loro gesti violenti, cancellano ogni segno di vita, ogni traccia di umano calore. Di quella dolorosa esperienza rimane soltanto un quaderno, confuso tra le carte sparse dall’ira: il «diario» di Anna. Appena fuori, gli amici vengono spediti al grande campo di Westerborg, costruito nella Dreute per lo smistamento degli ebrei. Anna non aveva sognato di uscire in quel modo dal nascondiglio. L’arresto, il campo di concentramento rientravano molte volte nei discorsi suggeriti dall’incertezza, dalla stanchezza, eppure la mente li aveva sempre rifiutati come possibilità concreta. Incredula, si accinge a percorrere il calvario provato ogni giorno da migliaia di vittime; scopre e fa sua l’angosciosa esperienza di tanti amici compianti.  A Westerborg, una moltitudine di prigionieri senza distinzione è ammassata in una promiscuità rivoltante, con un solo lavatoio e pochissime latrine. Spogliati dei loro abiti, rivestiti di una tuta blu, con gli zoccoli di legno, sono assegnati ad una delle baracche lunghe trenta metri per dieci, in cui sono costretti trecento ebrei. In quella massa di esseri umani, spogliati dell’individualità, essi riescono ancora a farsi notare per l’estremo pallore del volto. – Non si deve pensare che a resistere! – è il pensiero di tutti. Ma sono entrati in balìa del male. Ogni evento dipenderà dal meccanismo spaventoso, preciso, inflessibile dell’organizzazione distruttiva, studiata dai nazisti per l’ «assassinio in serie». – Non perdiamo la forza di resistere! – incoraggia Frank. La sveglia è alle cinque, il lavoro è durissimo, il cibo scarso e cattivo. Anna e Peter sono giovani e trovano conforto nella loro amicizia, nel tentativo di darsi aiuto.
Nei momenti di pausa, si muovono per il campo sempre insieme. La mamma non parla, ripiegata in se stessa lava e rilava i pochi indumenti della famiglia. Le stanno vicino, ma nessuno riesce a scuoterla. Il 25 agosto nel campo corre una notizia: «Parigi è libera!» e si riaccende la speranza. Ma il 2 settembre mille ebrei sono scelti per una destinazione ignota. Fra loro ci sono gli otto amici. Lasciano Westerborg, l’Olanda, su un lungo treno di carri-bestiame, caricati di settantacinque persone per vagone. Viaggiano stipati peggio delle bestie, senz’aria, con un po’ di acqua e di pane nero, senza mai una sosta. Alla terza notte il convoglio si ferma. Si aprono i vagoni e nel buio le voci dure e metalliche delle S.S., che corrono avanti e indietro sulla banchina della stazione, ordinano di uscire dai carri – Fuori, presto, fuori! Le luci dei grandi proiettori illuminano una scena desolante. Le ombre incerte dei prigionieri vacillano, indebolite dal viaggio, dal digiuno, dal terrore. Dai primi carri, come un soffio, arriva un nome: «Auschwitz»! Un brivido di freddo, pietrificati, gli ebrei restano fermi in un silenzio nero, rotto soltanto dagli urli disumani delle guardie e dell’abbaiare dei cani. Una voce distinta grida imperiosa dall’altoparlante:- Uomini a destra, donne a sinistra. Nemmeno il tempo di dirsi addio. Sospinti come foglie da un turbine, le donne voltano a sinistra, gli uomini a destra. Anna gira il capo a salutare il babbo e Peter. Trascinati dalla fila, sono già scomparsi, inghiottiti dal buio. Stringe la mano a Margot che trascina la mamma e sente che il cuore le manca. Le donne camminano a lungo nella notte. Con un’indicibile angoscia per la separazione, per la fatica e la tremenda incertezza, raggiungono il Blocco 29 di Auschwitz-Birkenau. Anna, Margot e la mamma sono assegnate alla stessa baracca.  Conoscono subito Auschwitz.
 Dietro al doppio recinto di filo spinato ad alta tensione, interrotto dalle torri di guardia con le sentinelle armate di mitra e di mitragliatrici, si stende una fila interminabile di «blocchi» di mattoni per polacchi, ebrei, zingari e prigionieri di guerra sovietici. All’ingresso principale sta una grande scritta: «ARBEIT MACHT FREI». Il lavoro rende liberi. Uno dei capi del campo, Fritsch, assistente del terribile Grabner, accoglie i nuovi arrivati: – Vi avverto che non siete venuti in un ospedale, ma in un campo di concentramento tedesco, dal quale non si esce che per il camino. Se non vi piace è meglio che vi gettiate contro i fili dell’alta tensione. Il comandante delle S.S., RudolfFranz Ferdinand Hoss, coadiuvato da S.S., e da personale scelto tra delinquenti comuni, ha fatto di Auschwitz il campo esemplare. La distruzione vi è ordinata scientificamente in una feroce successione di lavoro, di fame, di punizioni d’ogni genere, di malattie e di gassazione. Anche Anna, come tutte, è registrata. Le vengono confiscate le cose personali, le è assegnato un numero, tatuato sul braccio. Rasati i capelli a zero, magra nel sacco grigio che la riveste, sembra ancor più bambina. Le cuciono una striscia gialla sul triangolo che distingue i prigionieri ebrei dagli altri ed entra nell’ ordine ferreo del Lager.
 Capisce presto che aver lasciato insieme mamme e figlie è una sottile crudeltà, per farle soffrire maggiormente alla vista del dolore reciproco. Anna sfrutta questa scelta obbligata con la sua abilità e con i mezzi che le sono possibili. I suoi grandi occhi sanno ancora sorridere.- Finirà tutto, mammina, vedrai; riusciremo ad andarcene da qui. Gira di nascosto nel campo e sempre trova qualcosa di utile: uno straccio per coprirsi, un po’ d’acqua per la sete di quell’inferno – Mamma, bevi… La mamma rifiuta. – Bevi, io ho già bevuto. Se Margot posa le labbra sulla tazza poi anche lei beve come una bambina che si fa imboccare. La mamma è ammalata dentro, si è lasciata andare. – Dobbiamo essere forti; il papà ha detto che non dobbiamo cedere.
Quando al ritorno dal lavoro Anna vede un gruppo di bambini ungheresi seduti sotto la pioggia che aspettano il turno per entrare nelle camere a gas non riesce a trattanersi:– Non è giusto, non è giusto! Si ferma a guardarli negli occhi, vorrebbe strapparli alla morte, ma non può  far altro che piangere senza nascondersi più.

 

Dirsi addio nei Lager

Mai sarà possibile cancellare l’orrore e il dolore di quel luogo chiamato Konzentrationlager. Lì si conoscono le cose più dure che l’immaginazione possa concepire: la fatica disumana delle marce nel gelo, sotto la pioggia, gli appelli di giorno e di notte, la sete, la fame, il terrore delle punizioni…
E l’odore del fumo dei corpi di quelli uccisi a diecimila al giorno, caricati sistematicamente su un ascensore che, senza sosta, li trasporta al crematorio. L’aria è appestata dall’odore di carne bruciata. Non ci sono eccezioni: uomini, donne, bambini. A nulla servono i tentativi delle madri di nascondere i piccoli. Anche i neonati vengono scoperti e gettati nelle camere a gas. Birkenau è famosa per le punizioni. La punizione è esercitata pubblicamente, all’appello serale, con una frusta di cuoio sulla pelle nuda. Serve di lezione a chi vede. Anche lo stare in piedi sull’attenti o in ginocchio con le braccia tese a reggere una grossa pietra per lunghi periodi è una punizione visibile; ma ce ne sono altre somministrate nelle Stehzelle. Celle piccolissime, dove si è costretti a stare in piedi, con porte basse come quelle dei canili, senza cibo, con un’arsura indicibile, dopo aver subìto torture innominabili. L’unica forma di fuga possibile è il suicidio contro i fili spinati percorsi dall’alta tensione o sotto i tiri delle sentinelle del campo.
 Anna conosce questo mondo. Continua a resistere, a lottare per vivere, a confortare chi le sta vicino. La sua pena più grande è quella di vedere la mamma così depressa, così malata. – Povera mamma! – dice tante volte a Margot Non possiamo fare niente per aiutarla. Sono trascorsi quasi due mesi. La sera del 30 ottobre, al Blocco 29 c’è una selezione per il trasferimento di un gruppo di prigioniere al campo di Bergen Belsen. La notizie riescono a trapelare e nel blocco c’è agitazione Le guardie fanno uscire le donne per passarle in rassegna. Tutte in fila si aggiustano gli abiti, si lisciano il volto, i capelli. Cercano di riordinarsi per cancellare i segni della stanchezza, della debolezza. Chi è malato, vecchio, senza forza è scartato. Non gli resta che l’attesa, unica possibilità in quel luogo di morte. Ad una ad una fanno passare le prigioniere sotto un riflettore per giudicarle. Passano Anna e Margot e la voce ripete: – Questa sì! Questa sì! Si mettono in fila e aspettano che sia chiamata la mamma. – Questa no! Disperata, lei grida: – Mio Dio! Le bambine, no! Non portatemi via le mie bambine! Il dolore la fa impazzire. Possono appena toccarsi le mani, dirsi addio per sempre. Il viaggio verso Belsen è lungo. Anna e Margot non riescono a parlare.
 La capacità di sperare è troppo provata. Bergen-Belsen si trova nella Germania del Nord, sulla strada da Celle ad Amburgo. Il campo è comandato da Joseph Kramer, un esperto dirigente di Lager, proveniente da Auschwitz.  I suoi collaboratori, come in tutti i Lager, sono membri delle S.S. ed ex delinquenti comuni presi dalle prigioni. Qui non ci sono camere a gas, ma i prigionieri muoiono a migliaia ugualmente, per fame, per malattie causate dalla mancanza d’acqua e dalla sporcizia. Dovunque si guardi, lo squallore è indescrivibile. Nelle baracche si affollano persone denutrite, malate, sfatte, da metter paura. Vivi, malati e morti si confondono in un odore abominevole. Fuori da una baracca c’è un mucchio di morti, appena sfiorato da un po’ di calce e di terra – Ad Auschwitz chi moriva, almeno spariva subito – dice una donna. Anna e Margot si prendono per mano, a sostenersi. – Dobbiamo resistere! – sembrano dire le mani di Anna. Ma tutte e due capiscono che è sempre più difficile lottare.A Belsen non c’è appello, né distribuzione ordinata di cibo. Si trovano precipitate davvero nell’inferno. – Forse si tratta di un altro metodo di sterminio – riflette Margot. Ne sono la prova le fosse comuni intorno al campo. – A Belsen c’è Lies! – dice Anna, che ricorda le informazioni di Elli. Lies Goosens, la cara compagna della scuola ad Amsterdam, viene a sapere che sono arrivate al campo delle prigioniere olandesi.
 Un giorno Anna riceve un messaggio che le fissa un incontro con l’amica. Lies è nell’altro blocco, ma facendo attenzione, di sera, si può sfuggire alla sorveglianza e vedersi dietro il reticolato. Anna è turbata e felice. Quando esce dalla baracca è buio e tira un vento gelido. Riesce a raggiungere il punto indicato e chiama sottovoce: – Lies, Lies, dove sei? – Anna, Anna cara, sono qui! Nell’oscurità i loro occhi s’incontrano, si riconoscono, piangono. Si dicono in fretta le loro vicende. Come appare lontano e irreale il tempo spensierato della scuola Montessori! – Ci rivedremo, Lies! – Oh, sì, Anna! Ho ricevuto un pacco dalla Croce Rossa e ti ho portato qualcosa. Attenta, ti butto un golfino, un biscotto e un po’ di zucchero. – Grazie, Lies! – Attenta, lo butto. Anna si alza sui piedi, con le mani protese al reticolato. Un attimo di silenzio e poi il pianto disperato: – Me l’ha preso una donna, me l’ha preso e non me lo vuole più dare… – Non piangere Anna, ci rivedremo.
 L’inverno a Belsen è spaventoso e duro. La fame e la sete rendono ogni rapporto impossibile. Chi non si abbandona ad aspettare la morte nella cuccetta, nei corridoi o in mezzo al campo, cerca di sopravvivere in ogni modo, rubando. Nessun segno d’amore è rimasto, nessun rispetto. Solo chi è vissuto là dentro può sapere la, degradazione di quel luogo, perché nessun documento potrà mai testimoniare una realtà tanto tragica. Anna guarda Margot dimagrire, pallida, senza più coraggio e senza forza. Le dice pietose bugie, le porta qualcosa da coprirsi, va in cerca di aiuto per lei. Ma chi mai lì dentro risponde alle domande d’aiuto? Non c’è un servizio sanitario, non ci sono latrine, la baracca è sporca di tutto e il tifo petecchiale si diffonde paurosamente.
 Margot non la segue più. Non riesce ad ascoltarla. Ha già i segni gravi del male. Anche Anna è molto cambiata, ma alla sera, qualche volta, ha il dono di un sogno che la riporta indietro nel tempo. Il sonno le nasconde le immagini, le voci, il dolore, persino gli odori della baracca. Rivede i giorni di Amsterdam. Ritrova il babbo, il suo caro Pim, la mamma e anche Peter… Le pare di essere a scuola, al liceo con i suoi compagni. Oppure in casa, a discutere con Margot e con la mamma. Una notte sogna d’essere in un prato fiorito e c’è anche Moortje il suo gattino che sbuca da un cespuglio. Saltano e corrono insieme… Il giorno è così chiaro che si vede il mare…

 

Nulla di Simile

Nella primavera del 1945 finisce la guerra con la sconfitta della Germania. I nazisti hanno preparato i piani per la distruzione completa dei Lager e per la liquidazione dei prigionieri sopravvissuti. Il mondo non deve conoscere le infamie compiute, soprattutto nei campi di sterminio. Ma le forze alleate schiacciano i tedeschi con una rapida avanzata su tutti i fronti e i piani vengono attuati solo in parte. Quando si spalancano i cancelli dei Lager appaiono al mondo in tutto il loro orrore le prove dell’incredibile sorte subìta da milioni di esseri innocenti. I campi, le baracche, le celle, i forni, le fosse, i muri, la terra, dovunque si guardi mostrano la più terrificante organizzazione della tortura e della morte prodotta dal razzismo.
Ad Auschwitz, nel gennaio 1945, quando il rombo dei cannoni russi riecheggia in Polonia, tra le S.S. corre il timore che l’esercito sovietico possa liberare i prigionieri. Subito undicimila ebrei devono raggiungere a piedi altri campi di sterminio in Germania. Otto Frank è nell’ospedale del Lager e vi resta perché nessuno lo chiama. Nell’interminabile marcia sono morti quasi tutti per la fatica, la fame, il freddo; anche Peter. Appena arrivano i russi, Frank è condotto a Kattowicze e di lì a Odessa. Imbarcato su una nave può tornare in Olanda.  Alla ditta Kohler & Co. sono ritornati anche Kraler e Kophuis  – Quante cose da dire…  – Come ho pensato a voi – dice Frank emozionato. – Potevate morire per noi, per averci aiutato. – Non ci siamo pentiti di quello che abbiamo fatto.- Signor Frank – dice Elli – dobbiamo consegnarle un quaderno…
– Le lacrime le rigano il volto. – Miep, glielo dai?– Lo abbiamo trovato nell’alloggio abbandonato tra le carte in disordine, dopo la perquisizione della Gestapo. – È il «diario» della mia bambina; è il diario di Anna – esclama Otto Frank e non ha più parole.      Anche a Belsen in primavera viene la pace con le truppe inglesi. – Sono stato medico per trent’anni – dice il generale Glyn Hughes – ed ho visto tutti gli orrori della guerra, ma non ho mai visto nulla di simile.
 Ci sono intorno tante colline al sole e su qualcuna spuntano timidi ciuffi d’erba verde. Sono le fosse comuni.  Lì, insieme a migliaia di altre donne, sono sepolte Margot e la piccola Anna.

 

Il Diario di Anna

Quando Otto Frank resta solo, riprende il quaderno di Anna. «Non manco al rispetto della tua intimità, della tua segretezza – pensa dentro di sé – voglio restare un poco con te, ricordare, e ti leggo.» Sulla prima facciata Anna scrive: «Spero che ti potrò confidare tutto come non ho mai potuto con nessuno, e spero che sarai per me un gran sostegno. Anna Frank. 12 Giugno 1942». Quelle pagine sono un tesoro. «Che fortuna non averle perdute!» e le stringe al petto. Apre a caso una pagina. Anna parla di sé, della fatica d’esser capita, del cibo, dei ladri, degli amici Van Daan, di Dussel, di tutto e di tutti. «Papà, per fare un regalo a me e a Margot, ha svuotato uno schedario dell’ufficio e l’ha riempito di cartoncini. Sarà lo schedario dei libri; ci scriveremo tutte e due che libri abbiamo letto, da chi sono stati scritti e così via. Per le parole straniere mi sono procurata un quaderno a parte…»«Erano così brave, così attive e studiose! – ricorda il padre – Saranno ancora vive? Dove saranno?» «Ieri sera – dice Anna il 10 marzo – abbiamo avuto un corto circuito, mentre fuori sparavano ininterrottamente. lo non riesco a liberarmi dalla paura degli spari e degli aeroplani e quasi ogni notte vado nel letto di papà a cercar conforto. Sarà molto infantile, ma dovresti aver provato…» «Avevo paura anch’io – ammette ora il babbo – ma mi atteggiavo a un soldato coraggioso per rassicurarti.» «… da quattordici giorni sempre spinaci e insalata. Patate dolciastre lunghe venti centimetri che san di marcio… Mal ridotti veramente per ciò che riguarda il decoro…» Gli par di sentirla ridere dei suoi pantaloni sfilacciati, delle camicie di mamma e Margot e della propria, tanto piccola ormai da lasciarle la pancia scoperta. «La poesia scritta da papà per il mio compleanno è troppo bella perché io non te ne faccia parte…» «Quattordici anni; aveva quattordici anni ed era così felice di una poesia, di un libro dei miti di Roma e di Grecia.» Non riesce più a leggere in ordine; salta qua e là a distanza di mesi:  «Vago da una camera all’altra, su e giù per le scale, mi pare d’essere un uccellino a cui abbiano strappato crudelmente le ali e che nella tenebra più completa svolazzi contro le barrette della sua stretta gabbia. – Fuori, all’aria  fresca, e ridi! – mi grida una voce interiore.» Ora il dolore ha il sopravvento e Frank corre all’ultima pagina: «lo so precisamente come vorrei essere, come sono di dentro, ma ahimé, lo sono soltanto per me!» «Ora non più, ora sapranno tutti chi sei, mia cara piccola Anna!» Il 22 maggio 1944 Anna ha scritto: «lo amo l’Olanda, ed ho un  po’ sperato una volta che potesse servire da patria a me, senza patria, e lo spero ancora.» La speranza di Anna è in un certo modo soddisfatta. Anche se lei ora appartiene al mondo, l’Olanda rimane la sua patria adottiva. La regina ha ricevuto il padre e gli ha conferito l’alta onorificenza del suo paese, gesto diretto a ricordare la piccola scrittrice che ha fatto conoscere il dramma degli ebrei, ma anche quello dell’Olanda occupata e umiliata contro ogni legge internazionale e umana. Anna ha anche scritto nel suo diario:
«Voglio continuare a vivere dopo la mia morte! Perciò sono grata a Dio che mi ha fatto nascere con quest’attitudine a evolvermi e a scrivere per esprimere tutto ciò che è in me… lo devo, io devo, io devo…»  Il desiderio di Anna era talmente forte che si è avverato oltre la morte: è una scrittrice famosa. L’Editrice «Contact» di Amsterdam, nel 1947, per l’intervento di Otto Frank e dei suoi amici, pubblica il «diario» Retrocasa e forse ignora il vero valore della singolare testimonianza tanto più rara perché scritta da una adolescente.Ora il «Diario» è conosciuto in tutti i paesi: è stato tradotto in ogni lingua, persino in arabo e in cinese!  Si può dire senza esagerare che milioni di persone si commuovono ancora alla storia della sua famiglia, al calvario degli ebrei, raccolgono e fanno proprio il messaggio di pace e di umanità di Anna. Otto Frank si stabilisce definitivamente ad Amsterdam e opera instancabilmente perché le sofferenze della guerra e la spietata persecuzione degli ebrei non siano dimenticate.  Ha l’assicurazione dalla città che, nel piano regolatore della ricostruzione l’annesso, cioè l’alloggio segreto, sarà intenzionalmente rispettato a testimonianza della pietosa vicenda. Così l’edificio di Prinzengracht 263 completamente restaurato diventa la «Fondazione Anna Frank», un centro di attività dirette ai giovani, perché operino nel mondo a favore della pace e del progresso, come sognava Anna. Nel 1956 Frank accosta personalità di molti paesi e si adopera perché nel Centro si mettano le premesse alla costituzione di un «superstato» neutrale dove in caso di guerra possano trovare salvezza i minori del mondo di qualunque razza o nazione. «L’alloggio segreto» oggi è ancora come al tempo in cui Anna vi scriveva il diario. Scale e scalette riportano nelle vecchie stanze in penombra, con i grossi mobili d’ufficio e tappeti sbiaditi. Là dentro ritorna una grande emozione. Scompaiono le altre figure: si rimane soltanto con lei. E al di sopra di tutto, dell’ultima immagine del tragico agosto, del Lager, del suo sacrificio, rimane lo sguardo profondo di una ragazzina cresciuta al dolore, che ci insegna l’amore alla vita.

http://www.ilpaesedeibambinichesorridono.it/index.htm 

 

One response »

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